Braccialetti elettronici

Braccialetti elettronici  – A cura Andrea Pitoni

“In America la razionalizzazione e il proibizionismo sono indubbiamente connessi: le inchieste degli industriali sulla vita privata degli operai, il servizio di ispezione creato da alcuni industriali per controllare la «moralità» degli operai sono necessità del nuovo metodo di lavoro. Chi irridesse a queste iniziative e vedesse in esse solo una manifestazione ipocrita di «puritanesimo», si negherebbe ogni possibilità di capire l’importanza, il significato e la portata obbiettiva del fenomeno americano, che è anche il maggiore sforzo collettivo [finora esistito] per creare con una rapidità inaudita e con una coscienza del fine mai vista nella storia, un tipo nuovo di lavoratore e d’uomo”.

“Il Taylor esprime con cinismo e senza sottintesi il fine della società americana: sviluppare nell’uomo lavoratore al massimo la parte macchinale, spezzare il vecchio nesso psico-fisico del lavoro professionale qualificato che domandava una certa partecipazione dell’intelligenza, dell’iniziativa, della fantasia del lavoratore, per ridurre le operazioni di produzione al solo aspetto fisico” (Antonio Gramsci, Americanismo e Fordismo, Quaderni del carcere, Quaderno 4-XIII-§ 52).

Trovo calzante questa premessa per introdurre il tema dei “braccialetti elettronici” tornato in auge, in questi giorni, a causa delle dichiarazioni, in merito a una possibile introduzione degli stessi nei propri stabilimenti, di una nota multinazionale del settore logistico.

Questa ricerca esasperata dell’efficientamento del lavoro, attraverso l’organizzazione scientifica dello stesso, mira a trasformare il lavoratore in un’appendice umana della macchina, in un quadro dove nessuno deve fare più di un passo, rispetto a quello che è metaforicamente assegnato, in un contesto dove l’operaio non possiede la benché minima idea del bene/servizio che sta contribuendo a realizzare, e rispetto alle sue finalità, è la fine dell’umanità.

Frederick Winslow Taylor (Germantown, 20 marzo 1856 – Filadelfia, 21 marzo 1915) ideò alcune tecniche per migliorare e velocizzare il sistema produttivo:

One best way (un metodo migliore di tutti gli altri): sequenza di movimenti attuata dagli operai per arrivare al massimo rendimento col minimo sforzo;

Selezione scientifica della manodopera: ricerca dell’operaio giusto al posto giusto, al fine di ottenere il massimo rendimento;

Scomposizione dei cicli produttivi: l’estrema divisione del lavoro riduce le competenze dei lavoratori e questo permette di controllare maggiormente il ciclo di lavoro;

Tempi di lavoro: con il cronometro erano misurati i tempi di lavoro con lo scopo di eliminare perdite di tempo;

L’allenatore: gli operai dovevano seguire l’esempio del lavoratore che lavorava meglio, producendo nel minor tempo possibile.

Ora, io credo che esistano altri modelli organizzativi del lavoro, meno drastici, miranti comunque all’efficienza, e neanche necessariamente socialisti, e altrettanto penso che non esista lavoro senza umanità, possibilità di autodeterminazione e soddisfazione da parte delle persone che lo esercitano, e che il controllo del processo lavorativo, pur necessario, debba avere il limite della dignità.

 

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