Ragionamenti e suggestioni: #filiera

L’Italia e le filiere agroalimentari possono rappresentare uno stimolante cubo di rubik. Da un lato un territorio che è formato per oltre il 75% da montagne e colline, dall’altro un’estrema pluralità e ricchezza di tipologie di filiere. Possiamo di fatto asserire che nel nostro Paese sono presenti la quasi totalità delle filiere agroalimentari. Dalla vitivinicola alla frutta in guscio, dall’olivicola-olearia all’orticola. Dagli agrumeti alle bufale. E così via.

Considerando le ridotte dimensioni aziendali rispetto alla media UE e l’estrema biodiversità le variabili rendono sempre più complessa l’equazione volta a coniugare tessuto produttivo con un mercato che – nonostante le importanti esperienze della vendita diretta, dei GAS ecc- vede crescere sempre più il volume degli acquisti presso la GDO. Ergo il mercato si struttura sempre più su dimensioni e richieste “importanti”.

La soluzione di questa equazione risiede in parte nella capacità di scelte, di politiche incentivanti e nel rafforzamento del dinamismo e delle sinergie sia all’interno della singola filiera sia tra le stesse.

Senza approfondire eccessivamente gli aspetti connessi all’analisi economica, risulta abbastanza evidente anche ai non addetti ai lavori che l’obiettivo principale per le imprese agricole è quello di spostare parte del valore della filiera a proprio vantaggio, e ciò può essere garantito attraverso un’offerta di qualità, partecipando ai processi di trasformazione e calibrando i target di mercato in base alla propria capacità.

L’equazione diviene ancora più articolata se rapportata alla regione Lazio ove sono presenti quasi tutte le filiere, in un territorio caratterizzato dalla presenza della metropoli romana e da un’importante parcellizzazione territoriale.

A fronte di questa fotografia e di alcune delle problematiche passate e presenti, emerse con forza nello scorso PSR (2007-2013), e non affrontate pienamente con l’attuale (di fatto le risposte immaginate a livello teorico nell’elaborazione del programma non sono state seguite da scelte in grado di dare forte e vera soluzione) risulta evidente l’importanza cruciale che riveste questa fase di avvicinamento alla nuova PAC, che a seguito pandemia non avrà più avvio nel 2021 ma nel 2023 https://agronotizie.imagelinenetwork.com/agricoltura-economia-politica/2020/04/30/politica-agricola-comune-slitta-l-entrata-in-vigore/66703

Questo è il periodo in cui con forza i vari attori nello scacchiere (istituzioni, associazioni di categoria, politica, innovation broker…) debbono lavorare strenuamente per definire scelte politiche e susseguenti meccanismi tecnici e di applicazione al fine di riuscire nel settennato ad interpretare le pieghe e le esigenze delle nostre agricolture favorendo il loro posizionamento e rafforzamento rispetto ai rispettivi target di mercato.

Partendo da questi elementi ed a seguito dei ragionamenti già condivisi nei precedenti focus appare chiaro come le analisi volte a studiare ed analizzare dinamiche  e processi volti a performare e rendere più competitive le filiere non possono non considerare la dimensione agro-alimentare in connessione con altri comparti, con il territorio, con le infrastrutture e attraverso i flussi.

Uno degli aspetti cruciali da considerare nello sviluppo di tali riflessioni riguarda la necessità di ragionare di filiere tracimando da un’impostazione classica ed intrecciandole con altre dimensioni produttive, con altri comparti, con l’industria, con la dimensione fluida del lavoro cognitario e creativo.

Ed in questa ottica la capacità della ruralità, delle agricolture di declinarsi in servizi ed essere infrastruttura valorizzante ed eccedente per turismo, inclusione sociale, sport divenendo spazio, prospettiva, gusto, scenografia rappresenta un formidabile ed oggettivo dato da cui partire.

Nonostante le anacronistiche letture e le speculazioni egoistiche distruttive propugnate da chi rilega l’agricoltura ad una funzione solo produttiva e definibile in termini quantitativi; da quanti forti di “fare l’interesse delle aziende” delegittimano il ruolo trasversale e propulsivo delle agricolture (sia in termini economici che sociali). Di quanti ancora non percepiscono che il 27% rappresentato dai “servizi”  nel volume delle economie generate dal comparto agricolo non fotografano “una dimensione marginale, residuale, sfigata” che bivacca all’ombra della vera agricoltura. E’ semplicemente un’altra cosa, un’altra attività produttiva, che richiede politiche, meccanismi, lessico e scelte differenti.

Ed è la medesima miopia che ha relegato il comparto agricolo al margine economico e culturale per anni, salvo poi riscoprirne “un’utilità sociale, una lettura bucolica e feticismo elitario nei comportamenti alimentari”. Tutto molto radical, tutto molto chic. Poca immanenza, poca prospettiva. Scarsa intelligenza. E troppo qualunquismo narrativo. Una sorta di fake news ricorrente che porta a sovrapporre “realtà produttive artigianali ed industriali”, a confondere target di mercato e praticare “balzane proposte protezioniste”, a “mischiare filiere e prodotti estremamente diversi per quantità, capacità di impatto e perché necessitanti di scelte differenti”.

Questa miopia frutto di slogan elettorali, dell’assurda pretesa di mantenere posizioni di forza senza interpretare i cambiamenti, questa miopia che zavorra il potenziale delle agricolture riducendo troppo spesso a rivendicazioni a gettone, a proposte di rilievo solo mediatico è deleteria.

L’agricoltura richiede produzioni a valore aggiunto. L’agricoltura è in grado di far accrescere e migliorare anche altre dimensioni. L’agricoltura – debitamente declinata in termini agricolture, correttamente coniugata ed interpretata in base al potenziale, al tessuto di riferimento, alle forme di vita ed ai processi in fieri – deve essere pivot e cardine su cui ed attraverso cui declinare esigenze territoriali, scelte nazionali e strategia comunitaria. Questo percorso richiede la partecipazione attiva e di prospettiva dei vari nessi delle governance, richiede la necessità di immaginare strategie integrate di breve elungo periodo.

E se da un lato le indicazioni della UE – e le prossime mosse – vanno verso la necessaria incentivazione dell’innovazione, della competitività e, soprattutto, delle aggregazione dell’offerta (già praticata ed intrapresa con forza attraverso OCM ed OP) dall’altro alcuni problemi restano sul tavolo.

In primis proprio le OP richiedono di capire quale sia la vera prospettiva: la filiere non possono e non devono divenire feudo di “alcuni grandi che invece di essere espressione ed organizzazione di produttori rischiano di divenire sensali della distribuzione”, non possiamo accettare la realizzazione sostanziale di nuove forme di mezzadria.

Così come l’accelerazione ed il rafforzamento rischiano di divenire laceranti e presupposto per un processo di concentrazione del capitale e delle proprietà in termini oligopolistici  a favore di chi è ad oggi più strutturato. E questo è differente dal necessario percorso di aggregazione dell’offerta che dovrebbe invece basarsi su un comparto omogeneo e di alta qualità in termini trasversali.

Ed in questo le scelte e le politiche regionali hanno un ruolo cruciale. Il Lazio necessita di far crescere il comparto non di rafforzare solo chi già è forte. L’asticella deve essere alzata per tutti, altrimenti l’impatto non solo in termini economici, ma anche occupazionali, sociali e di qualità della vita non sarà quello che si potrebbe ottenere con “una piena valorizzazione e rafforzamento del tessuto nel suo insieme”.

In tal ottica le scelte praticate con la 16.10 regionale del Lazio attraverso meccanismi e punteggi premianti lasciano qualche perplessità poiché attribuire 38 punti su 100 in base alla sola capacità di spesa (premiando OP già esistenti ed addirittura permettendo di rispondere al secondo bando anche a quanti avessero ancora aperto il precedente progetto su medesima misura, e non inserendo come associata la misura 9 che è proprio volta a favorire la costruzione di nuove OP). In tal ottica se il LEADER fosse fortemente volto alle aziende ed incentivante per filiere di “piccolo cabotaggio, di nicchia, connesse ai servizi” o anche in grado di rafforzare il valore sulla filiera per le aziende attraverso la facilitazione di meccanismi di trasformazione in comune, potremmo avere una prima seppur parziale risposta.

 Il Lazio, proprio per la presenza di Roma (con la sua eccezionale forza centripeta), per la frammentazione del tessuto imprenditoriale, per le numerose filiere presenti porta a considerazioni differenti.

Indubbiamente la vasta gamma di produzioni e di biodiversità che offre la regione Lazio, associata ad elevata qualità (in alcuni casi, su altri si deve ancora lavorare) ed all’appeal che garantisce “il giardino di Roma” è un formidabile elemento di forza. Allo stesso tempo, però, questo quadro offre anche molte insidie. Difatti l’estrema articolazione del comparto richiede scelte e vasta capacità di analisi, progettazione, interlocuzione costituente con e tra gli attori della filiera. Il ruolo della Politica (intendiamo la capacità di scelta, di indirizzo, di definizione dei meccanismi di attuazione) è cruciale. E su questo aspetto ricordiamo come l’unica politica unica europea riguarda l’agricoltura. E non è un caso. Servono tempo, economia e pianificazione “gestire in termini produttivi ma anche sociali, paesaggistici, ambientali l’infrastruttura immateriale che le agricolture possono rappresentare”.

E tale traiettoria deve superare le insidie della frammentarietà e delle “delle scelte di giornata”; per fare questo salto è necessario e cruciale partire dalla pluralità delle agricolture (e declinare meccanismi, strumenti, processi e percorsi differenti ed espressione di tale pluralità). E, contestualmente, è cruciale avviare un serio ragionamento sulla modalità e meccanismi per affrontare il mercato da parte delle differenti filiere e prodotti. Su questo torna utile riprendere quanto condiviso nel focus della parola “Biodiversità”. Affrontare con politiche speculari (connesse alla produzione ed alla competitività) prodotti con estrema differenza di peso, di volume ecc significa semplicemente non costruire un futuro praticabile (condannando alla scomparsa qualora si dovessero ridurre i finanziamenti comunitari) per quelle produzioni eccellenti, tipiche, autentiche ma per cui bisogna definire scelte, prospettive e dinamiche non connesse alla variabile competitiva. Garantire il mercato attraverso il rafforzamento binomio, turismo, trasformazione in loco, potrebbe rappresentare una interessante suggestione. Allo stesso tempo potrebbe essere interessante provare a “rafforzare i processi intra-filiere, puntando con  forza all’ipotesi paniere; anche coniugato alla forza in termini di immaginario garantita dalla cucina e dalle ricette”. In tal senso si può pensare all’enorme forza di posizionamento del kit all’amatriciana promosso a seguito del drammatico terremoto del 24 agosto 2016. Chiaramente in quel caso ha avuto un ruolo importante “la solidarietà e il voler essere vicini dopo una sciagura devastante”, ma la qualità del prodotto, l’autenticità del territorio, la forza della “ricetta amatriciana” rappresentano fattori inconfutabili.

La definizione e l’incentivazione di percorsi e meccanismi volti a rafforzare la promozione e la commercializzazione “non di un solo prodotto, ma di un paniere, di qualità e legato al territorio” sarebbe cruciale per quelle produzioni che hanno scarsa capacità di impatto affrontando da sole il mercato. E parliamo con cognizione di causa. Il lavoro pluriennale – svolto direttamente o indirettamente dalla Cooperativa ELP a promuovere i prodotti tipici laziali sul mercato estero attraverso la connessione con alcune “comunità di origine italiana” in Germania, Belgio, Olanda soprattutto costruendo ponti con la dimensione ho.re.ca, coniugando prodotti e territorio, valorizzando cultura ed autenticità – ha fatto emergere l’importanza e l’utilità di “declinare una valorizzazione ed una commercializzazione con più prodotti”. La possibilità di efficientare la logistica, l’offerta articolata ed in grado di presentare a ristoranti, hotel, bistrot non solo un prodotto ma ricette, combinazione di sapori espressione di territori, di cultura sono elementi su cui ragionare.

In tal senso abbiamo esempi estremamente virtuosi, che divengono potenza soprattutto se inquadrati ed attivati in una strategia amplia e sistemica: le filiere agro-alimentari come perno e ponte in un nuovo paradigma post-industriale. La ruralità, intesa in termini ampi e legati a filo doppio al capitale umano, alle differenti attività produttive, alla governance, ai processi ed ai percorsi sociali, alla logistica ed alle infrastrutture, alla peculiarità dei territori, diviene teatro e trama esprimendo non una parzialità ma la forza, la qualità, l’eccellenza di un areale. Evitando la perimetrazione ed il localismo, bypassando interpretazioni “tristi ed identitarie” e ragionando su quella scala sovralocale in grado di interpretare non solo “la storia e la geografia dei ruoli – cruciali in termini di storytelling, di testimonianza dell’unicità – ma facendo emergere le vere connessioni, sinergie, rapporti, filiere costruite dalla presenza su un territorio, dalla proiezione geografica e dall’accumulazione storica, ma anche e soprattutto dai flussi, dalle connessioni, dalle relazioni.

Ragionare sulle filiere – in particole su quelle costituenti l’agricoltura legata ai servizi, fortemente connesse alla biodiversità ed al rischio di erosione genetica – inquadrandole come reticolo sistemico (questa proiezione è fondamentale per rafforzare tutte le agricolture; così come per il comparto primario nel suo insieme è cruciale essere interpretato in connessione funzionale e reciprocamente eccedente con gli altri comparti) costituente e valorizzante  quel distretto sovralocale che potrebbe rappresentare un’importante sintesi dei vari livelli di governance, delle differenti dimensioni istituzionali e non che insistono sui territori. Distretto sovralocale che potrebbe essere fucina, laboratorio, cabina di regia in grado di connettere politiche, strumenti finanziari, progettazioni e scelte non solo partendo da perimetrazioni statiche ma attraverso variabili economiche, sociali, culturali espressione di dinamiche immanenti e contemporanee. In grado anche di immaginare, affrontare e incidere sul futuro.

La filiera deve essere reticolo, non piramide; anzi deve rappresentare una ragnatela con sinapsi dinamiche e reciprocamente interconnesse. Una siffatta costruzione richiede, chiaramente, un enorme lavoro di analisi, studio. Richiede scelte e decisioni. Richiede una politica ed una governance che siano consapevoli dell’importanza di seminare oggi ed aspettare il giusto tempo per raccogliere. L’agricoltura, così come la piena realizzazione di “distretti sovralocali” entro ed attraverso cui rafforzare, far emergere, connettere “le vene produttive, sociali, l’offerta di servizi, la costruzione delle progettualità, le scelte per incidere su scala regionale, nazionale e comunitaria, richiede tempo, sudore ed investimento.

Per praticare un tale obiettivo è necessaria la condivisione del percorso e del traguardo, un lavoro amplio e sistemico, l’attivazione di tavoli di analisi e lavoro (non dispersivi, non destrutturati da una finta partecipazione oceanica che rappresenta “lo svilimento della politica e della dinamica bottom up” e guarda con trascendentale incompetenza e devoto ringraziamento il salvataggio garantito da dirigenti e professionisti che, pur con enorme competenza, non possono praticare scelte strategiche e di sistema. E soprattutto la politica che non incide, che non sceglie, lascia un vuoto di interpretazione di legittimazione che paralizza dirigenti e attori vari. E la risposta è nella forma. Non nell’obiettivo, che va praticato con forma e sostanza. Con rispetto delle regole e con la capacità di incidere sui processi a monte. Di scegliere la meta e l’obiettivo. Le regole, i meccanismi, i regolamenti ed i punteggi dovrebbero nascere da questo humus.

Anche perché se non svolge questo ruolo la politica rischia di rivendicare scelte non proprie declamando numeri e percentuali. Con l’unico obiettivo di comunicare ed appropriarsi delle evoluzioni e delle scelte praticate dai “tecnici competenti”. E’ lo svilimento del ruolo. Il monte Tabor della strategia. Salvo poi accusare l’Europa che di colpe ne ha tante,  ma che dovrebbero essere espressione di scelte, di letture che nascono proprio dalla Politica. Il PSR, i meccanismi e le architetture che dovrebbero rafforzare le filiere, delineando dinamiche e processi in grado di innovare la ruralità sono la piena espressione di quanto fatto emergere.

La possibilità di rafforzare, potenziare non solo le filiere agro-alimentari, ma il tessuto produttivo nel suo insieme, creando valore aggiunto e posti di lavoro, uscendo da logiche emergenziali e creando una vera rigenerazione del territorio passa ineluttabilmente dalla capacità di strutturare connessioni e sinergie.

Lavorare su logistica, infrastrutture, creazione di distretti sovralocali partendo da una lettura ed una prospettiva intra-settoriale, puntando su politiche e strumenti di attuazione delle stesse che siano connessi e comunicanti richiede un forte investimento in termini di competenze, di ruoli, di organizzazione.

In tal senso potrebbe rappresentare un formidabile teatro di sperimentazione il Sud del Lazio, con il binomio Frosinone Latina (due province che insieme hanno quasi un milione di abitanti e la cui unione delle rispettive CCIAA sancita da poco farà nascere l’ottava camera di commercio in Italia ). Immaginare di coniugare produzione agricola di Latina e patrimonio industriale del frusinate (packaging, trasformazione, servizi vari), rileggere le infrastrutture attraverso il rafforzamento della traiettoria est-ovest, ottimizzare il posizionamento geografico divenendo hub e perno, crocevia in grado di dare servizi ed assicurare capitale umano e competenze. Reinterpretando infrastrutture in funzione di flussi ed armonizzandole con una viabilità sostenibile. Coniugando servizi e produzione; sovrapponendo reticoli e connessioni. Le filiere agro-alimentari rafforzate da una continua innovazione tecnologia e, soprattutto, da una necessaria ed articolata innovazione sociale, accompagnata da politiche e strumenti in grado di puntare con forza allo spostamento del valore verso il tessuto produttivo – aumentandone così la forza e la capacità di impatto -, a costruire una interconnessione tra comparti e tra gli stessi ed il capitale sociale, possono rappresentare un cruciale ponte per rafforzare la dimensione economica e, contestualmente per delineare uno sviluppo armonico e sostenibile, in grado di dare spazio e prospettive ai diversi processi produttivi; possono essere l’architrave su cui praticare un nuovo paradigma di sviluppo.

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