A come Arte e come Agricoltura la cultura è smart

Per fare un fiore, ci vuole (anche) un artista. Innervato in una bella traccia d’azione plurisecolare che lo porta a essere, prima riproduttore aderente alle splendide epifanie di Madre Natura e poi, nel tempo, autore-motore di gesti ecologisti che la difendono.

C’è un lungo percorso di storia e analisi nel volume Coltivare l’arte.
Educazione Natura Agricoltura, scritto da Antonella Marino e Maria Vinella per l’editore Franco Angeli di Milano.

Il seme del lavoro sta in un progetto dell’Accademia di belle arti di Bari — dove le due docenti e studiose insegnano — , che ha l’obiettivo di connettere «il ruolo pedagogico dell’arte al valore altamente formativo della natura, interrogandosi sul significato etico di una nuova estetica ecologica». Prima presentazione, oggi, con una tavola rotonda sui rapporti tra arte, ambiente, natura, e percorsi educativi.

Sono proprio le comunità in cui viviamo che ci dimostrano come sia sentito il senso di riappropriazione di orti e giardini urbani, di cui prendersi cura insieme e, nello stesso tempo, di come l’urgenza “naturale” dia vita al moltiplicarsi di laboratori creativi e di aziende agricole che aprono le porte alle residenze, oltre che al diffondersi di collettivi agro-artistici e di musei open air. Ma si comincia, tuttavia, nel testo, dal principio, dalla pittura di paesaggio «come esperienza fondativa di nuove verità della visione e di nuovi valori dell’esistenza, nel tempo lungo di una modernità che si estende dal Seicento barocco all’Ottocento impressionista, al primo Novecento astrattista».

«La Natura (e ciò che ne vedo) mi ispira».

Se prima è musa, successivamente la Natura si trasforma in una specie di spazio innocente, originario, capace di ospitare, nella seconda metà del Novecento, la nuova avanguardia. Che prende via via il nome di Land Art in Ameica, di Art in Nature in Europa, di Arte povera in Italia, «Esperienze che — come scrivono le autrici — non si affidano più ai linguaggi della rappresentazione, ma piuttosto ai materiali extrartistici e alle metodologie installative e performative che appaiono inizialmente di carattere eroico e utopico». Ma questa è l’interfaccia di una crisi, di un disagio: è in quegli anni che si comincia a parlare di inquinamento, cementificazione. Sentimento ecologista e partecipativo che ha i suoi portavessilo in Joseph Beuys e Gianfranco Baruchello.

E se con il Duemila arrivano patologie depressive e ansiogene come il “Nature deficit disorder”, connesso alla privazione di spazi aperti, è proprio con questa folle orsa del pianeta all’autodistruzione che si trovano a fare i conti artisti come Angiuli, Emanuela Ascari, Leone Contini, Luigi Coppola ed Ettore Favini che, verso la chiusa, ci fanno ascoltare le loro “bio grafie”.

Fonte REPUBBLICA

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