La storia dell’arte riletta attraverso il tubero più conosciuto al mondo.

La patata ha un suo fascino particolare. Sarà perché bisogna scavare la terra per trovarla e poi, quando la si ha tra le mani e la si è ripulita e sbucciata si trasforma in un imprevedibile biancore; Van Gogh ha amato e più volte citato le patate: “Se un quadro di contadini sa di pancetta, fumo, vapori che si levano dalle patate bollenti – va bene, non è malsano; se una stalla sa di concime – va bene, è giusto che tale sia l’odore di stalla; se un campo sa di grano maturo, patate, guano o concime – va benone, soprattutto per gente di città”. Oltre ai “mangiatori”, van Gogh ha dipinto Contadini che seminano patate (aprile 1885) e Contadine che raccolgono patate (agosto 1885), continuando la virtuale filiera con Natura morta con cesto e patate (settembre 1885) per poi recarsi in cucina con Natura morta con patate e tegame (settembre 1885) e concludere in tavola con il Piatto di portata con patate(1888).
Quasi un secolo dopo la patata continua a furoreggiare in Olanda con Jan Beutener, il quale la raffigura con e senza buccia nell’iperrealistica pittura titolata Aardappels (1969), che cerca di rispondere all’inquietante quesito che l’artista si è posto: “Come si può dipingere una ordinaria patata in modo che superi la realtà?”. Quasi un secolo dopo la patata continua a furoreggiare in Olanda con Jan Beutener, il quale la raffigura con e senza buccia nell’iperrealistica pittura titolata Aardappels (1969), che cerca di rispondere all’inquietante quesito che l’artista si è posto: “Come si può dipingere una ordinaria patata in modo che superi la realtà?”. Nello stesso anno Sigmar Polke ha presentato in Germania una visione più cosmica e cosmologica della patata con “Potato Machine”.
Dall’astronomia alla fisica: già qualche anno prima, nel 1967, lo stesso artista aveva realizzato la Kartoffelhaus che, con quasi trecento patate appuntate a reticolo su una struttura a forma di casa, riproduce una gigantesca gabbia di Faraday, quello spazio circondato da materiale elettrico conduttore in grado di isolare ciò che sta al suo interno: l’arte come rifugio dalle contaminazioni esterne (forse).
E quindi una sfumatura di passaggio dalla patata scientifica a quella più umanizzata. Come le finte patate realizzate in bronzo nel 1977 da Giuseppe Penone partendo da calchi di parti del corpo umano: un orecchio, il naso, la bocca… Ammucchiate con qualche quintale di vere patate si confondono, si mimetizzano senza la drammaticità del “polvere alla polvere” ma con il costante desiderio dell’artista di un continuo raffronto tra la fisicità del corpo umano e l’imponente (e mai impotente) forza della natura.
In ogni caso, la patata è il massimo strumento metaforico a disposizione degli artisti: la sua malleabilità nello scolpirla, la sua terragna apparenza, la povertà nella sua ricchezza nutrizionale hanno fatto sì che  altri artisti, come Joan Miró (Potato), Peter Root (Wasteland), Patrice Ferrasse (Potatomic), Michel Blazy (Araignée) ecc. l’abbiano voluta come assoluta protagonista fino all’apoteosi di una sua foto, realizzata da Kevin Abosch, che è stata venduta due anni fa per la stratosferica cifra di un milione di dollari.
 
Fonte : http://www.artribune.com/arti-visive/2018/04/patate-artisti/ Carlo e Aldo Spinelli

Vincent-van-Gogh-Natura-morta-con-patate-1888.-Kröller-Müller-Museum-Otterlo  Joan-Miró-Potato-1928.-The-MET-New-York.-Jacques-and-Natasha-Gelman-Collection-1998-©-2018-Artists-Rights-Society-ARS-New-York
Víctor-Grippo-Energy-of-a-Potato-or-Untitled-or-Energy-1972.-Tate-©-The-estate-of-Victor-Grippo
Kevin-Abosch-Potato-345-2010.-Collezione-privata-420x420

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