Non possiamo permetterci il sovranismo agrario

Fondi europei e accordi internazionali sono l’unica difesa degli agricoltori, dice Angelo Frascarelli, professore dell’Università di Perugia

Cosa significa difendere la “nostra terra con le unghie” come vorrebbe il vicepremier leghista Matteo Salvini? Di certo non significa staccarsi dall’Unione europea e rinunciare ai fondi comunitari né tanto meno stracciare accordi internazionali che permettono di trovare nuovi mercati di sbocco o di consolidare quelli tradizionali.

Il sovranismo agricolo sarebbe la morte dell’agricoltura italiana, avremmo qualche vantaggio a produrre materie prime (mais, grano, soia, patate), ma non è la nostra vocazione perché produciamo prodotti (dalla pasta all’olio d’oliva) ad alto valore aggiunto perché trasformati in Italia”, dice Angelo Frascarelli, professore dell’Università di Perugia presso il dipartimento di Scienze agrarie. Il motivo è semplice. 

L’agricoltura riceve sostegno pubblico in tutte le economie sviluppate, dagli Stati Uniti alla Norvegia passando, ovviamente, per la comunità europea e ha bisogno di aiuto per esistere.

“In tutti i paesi sviluppati l’agricoltura è un settore debole – dice Frascarelli – perché declinante e oggi in Italia conta il 2 per cento del valore aggiunto dell’economia”, negli Stati Uniti è ancora meno. In Europa i contributi europei al settore sono ridotti negli ultimi anni comportando una compressione del reddito degli agricoltori. “L’Italia – spiega Frascarelli – riceve di contributi europei per l’agricoltura e lo sviluppo rurale per 7,4 miliardi all’anno che può sembrare una somma importante ma in realtà il sostegno pubblico incide per il 28 per cento sui redditi degli agricoltori – ergo, se non ci fosse il sostegno i redditi degli imprenditori agricoli si ridurrebbero di pari percentuale – mentre in Francia si arriva al 40, in Germania al 42, in Slovacchia al 90 per cento. L’importanza del sostegno pubblico è insomma rilevante in tutti i paesi europei”, dice il professore.

Per questo motivo immaginare di potere dispiegare una politica agricola nazionale al di fuori dell’Unione europea avrebbe dei risvolti critici non soltanto per gli agricoltori, che vedrebbero ridotto i contributi, ma anche per la salvaguardia del territorio al quale gli imprenditori agricoli contribuiscono.

Fonte: Il Foglio

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