Presentazione del progetto LIFE Grace: Conservazione dei pascoli attraverso il loro uso.

A seguire il documento alla base dell’appuntamento sulla zootecnia promosso dall’Arsial che si svolgerà mercoledì 29 settembre 2021 alle ore 17.00 presso la biblioteca Centro Multimediale “Dan Danino di Sarra”, nel comune di Fondi.

Il progetto LIFE Grace è finanziato dalla Commissione Europea ed ha la finalità di promuovere la conservazione degli habitat seminaturali della Rete Natura 2000 (* 6210 Festuco-Brometalia; * 6220 Thero-Brachypodietea * 6230 Nardus praterie) accomunati dalla necessità del pascolamento quale condizione per evitarne la perdita attualmente in atto, per conversione a bosco ed arbusteti, e con essa la semplificazione della biodiversità naturalistica specifica. Si tratta di habitat presenti in Regione Lazio per decine di migliaia di ettari, sia su matrici calcaree che vulcaniche, il cui tratto unificante è una ridotta profondità del suolo vegetale, tale da non permettere la lavorazione meccanica: l’unica forma di utilizzazione antropica è quella del pascolamento. In gran parte dei casi il pascolo viene tuttora praticato con razze autoctone, fortemente adattate alle condizioni di stress termico, idrico ed alimentare, razze che hanno subito un millenario processo di selezione orientata dal contesto ambientale di riferimento.
Tra habitat di Rete Natura 2000 e razze di interesse zootecnico, in particolare autoctone, vi è una relazione biunivoca ed esclusiva, in quanto la conservazione del contesto ambientale è frutto di un esercizio razionale del pascolo, la cui progressiva riduzione si traduce in perdita dell’habitat e ciò, a sua volta, limita la possibilità di conservare in situ popolazioni zootecniche già rarefatte, serbatoio di adattamento al cambiamento climatico, ma già ad alto rischio di erosione genetica.
Il progetto Life GRACE muove pertanto da tale evidenza: gli habitat seminaturali della Rete Natura 2000 sono interessati da progressivi fenomeni di perdita e/o degrado che, diversa intensità, accomunano l’Appennino Centro Meridionale; in particolare, vengono approfondite le dinamiche attualmente in atto in tre ambiti di Rete 2000 del Lazio: il complesso dei Monti della Tolfa ad ovest, la Montagna Reatina a nord e gli Ausoni-Aurunci a sud. A parità di habitat presenti nei tre areali, e pur in presenza di complesse dinamiche correlate alle diverse condizioni pedoclimatiche, è il modello di gestione praticato (e quindi il fattore antropico) l’elemento fondamentale che incide sugli habitat seminaturali di Rete Natura 2000 in termini di: conservazione (pascolo razionale gestito secondo carichi ottimali), perdita (abbandono del pascolo); degrado (sovrappascolo in alcuni casi, ma soprattutto sottoutilizzazione, nella maggior parte dei casi).
Le misure di conservazione che sono state progressivamente messe a punto dall’Autorità ambientale recano evidenza, nella quasi totalità dei casi, della dualità del pascolo, presente sempre in termini di opportunità/minaccia, a seconda che esso sia da sostenere – per contrastare la semplificazione che deriva dall’avanzamento del bosco e dalla chiusura delle radure in quota – o da limitare – per evitare la semplificazione ed il degrado degli assortimenti floristici indotti dal sovrapascolamento.
E’ evidente però che la conservazione di habitat di interesse naturalistico presuppone una contestuale valorizzazione delle produzioni, prioritariamente rappresentate da bovini da carne allevati al pascolo per gran parte del ciclo produttivo ma anche da equini da carne allo stato brado nei contesti sommitali, ove non è possibile altra forma di allevamento in relazione a condizioni pedoclimatiche estreme: il punto è che ad oggi, nonostante un generalizzato accesso al metodo di produzione biologico, alle misure sul benessere animale, in alcuni casi alla certificazione IGP, il grassfed praticato nelle aree Natura 2000 non è uno standard di riferimento nella filiera della carne ove, invece, una elevata resa in carne alla macellazione è spesso la principale precondizione contrattuale, che viene conseguita mediante periodi di finissaggio (minimi rispetto ai modelli dell’allevamento super-intensivo); l’alimentazione al pascolo non è di per sé una discriminante negli attuali schemi di certificazione, per la valorizzazione dei capi derivanti da questa tipologia di allevamento estensivo, di assoluto valore ambientale, etico e di salubrità delle produzioni, e che sarebbe già in perfetta coerenza con le strategie del Green Deal, senza costi specifici di adattamento.


Cosa prevede il progetto LIFE GRACE

Il progetto si articola in una serie di azioni da sviluppare nei 4 anni di attività, per le quali sono imprescindibili le relazioni, oltre che con le 600 aziende delle aree target, con l’Autorità ambientale, il sistema locale, l’associazionismo e i gestori dei demani collettivi;

a) Promuovere la conoscenza delle misure contrattuali nelle aree Natura 2000, da decenni praticate in Europa per il conseguimento delle misure di conservazione degli habitat; vengono approfonditi numerosi case-study, che possono essere mutuati nel Lazio e in altre regioni. Le misure contrattuali presuppongono un confronto tra autorità ambientali e portatori di interesse operanti sugli habitat di direttiva, e vengono tarate sulle specifiche criticità dei territori: le prime evidenze del progetto Grace attestano la necessità di misure contrattuali sito-specifiche, volte a garantire in primo luogo l’ACCESSIBILITA’ dei pascoli in quota, prima ancora che di compensazioni monetarie per azioni positive di conservazione (es. introdurre capi di specie diverse per evitare eccessiva selezione degli assortimenti floristici; regolare i periodi di fruizione in relazione a specifiche fioriture di orchidee, gestire i carichi in maniera ottimale per evitare fenomeni di degrado da sovrapascolamento o sottoutilizzazione, ecc.);

b) Mappatura degli habitat pascolativi e messa a punto di web-app che consentano agli allevatori di concorrere ai monitoraggi ambientali sullo stato di conservazione degli habitat, per evitare che il costo di monitoraggio renda impraticabile l’oggettivazione del loro contributo alle azioni di conservazione dei siti, e con essa la mancata attivazione di misure correlate ad indicatori di impatto;

c) Analisi evolutiva degli habitat di pascolo e dei carichi: dalle immagini satellitari è possibile ricavare in maniera puntuale l’evoluzione intervenuta negli habitat pascolativi negli ultimi 50 anni, con evidenza della loro progressiva riduzione in forte accelerazione negli ultimi 20 anni, e non solo; dall’incrocio dei dati delle analisi vegetazionali con le banche dati pubbliche, emerge infatti una rappresentazione di scala territoriale sulle tre aree target particolarmente preoccupante all’attualità, sintetizzabile nella quota di non uso (circa il 15% delle superfici di pascolo non è associato ad alcun fascicolo aziendale) e nella quota di pascolo sottoutilizzato (il 20% della superficie è fruita per meno di 0.3 UBA/ettaro, soglia al di sotto della quale l’adesione al biologico non è pagabile; il 35% della SAU è fruita per meno di 0,5 UBA/ettaro, indicatore di un processo di progressiva disattivazione in quasi la metà delle aziende attive, per le quali l’accesso ad una PAC disaccoppiata ha indotto una progressiva riduzione delle consistenze dei capi in allevamento.

d) Sensibilizzare i soggetti gestori dei demani collettivi che costituiscono la matrice prevalente degli habitat pascolativi (i demani collettivi, inoltre, sono tutti vincolati a finalità di conservazione ambientale per effetto della legge 168/2017) sulla necessità di operare la gestione e la concessione dei demani con un più marcato orientamento ai target ed agli strumenti di politica comunitaria volti alla conservazione degli habitat di direttiva; a tal fine favorire l’adozione di impegni pluriennali, evitare il non uso e la sottoutilizzazione dei pascoli, introdurre elementi di priorità a favore del biologico, dei giovani, della conservazione delle razze autoctone a rischio di erosione genetica, mutuare l’esito del monitoraggio dell’evoluzione in atto sulla vegetazione dei demani collettivi; ciò in particolare dove i gestori sono i comuni quali enti esponenziali dei diritti collettivi, che appaiono in forte ritardo nell’adattamento gestionale, già in atto in numerose università agrarie del Lazio.

e) Approfondire, mediante analisi di mercato specifiche, le distorsioni della filiera che fanno sì che, accanto ad una progressiva crescita della filiera corta, permanga tuttora una quota nettamente prevalente di capi, sia bovini che di equidi da carne, che vengono valorizzati, spesso previo finissaggio, da operatori commerciali di altri territori, mentre il mercato romano al consumo non conosce le peculiarità salutistiche delle produzioni “grass-fed” da razze autoctone, ottenute in Area Natura 2000 del Lazio; a fronte della progressiva riduzione dei consumi pro-capite di carne, cresce infatti il peso relativo delle carni suini ed avicole, più spesso associate ad allevamenti intensivi, che pesano ormai per circa 2/3 sul totale, grazie al crescere di un consumo destrutturato, in particolare per la loro presenza in preparazioni da banco o in formulazioni di piatti per il consumo fuori casa;

f) Rafforzare il ruolo dei marchi per le produzioni dei pascoli di Area Natura 2000 e le relazioni con il sistema HORECA, anche mediante l’introduzione di modelli di tracciabilità (blockchain, ecc.) a basso costo idonei a caratterizzare modelli contrattuali condivisi con gli operatori della filiera, dall’allevamento alla distribuzione, nella consapevolezza che modelli di caratterizzazione volontari, che non vengono valorizzati nelle transazioni commerciali, non permettono di veicolare al consumatore finale le valenze ambientali, etiche e salutistiche delle produzioni conseguite in Area Natura 2000 (la GDO copre il 70% del mercato delle carni e tende ad operare autonomamente la valorizzazione della sostenibilità, con modelli di private-label aziendali finalizzati ad internalizzare il plus di prezzo al consumo sulle produzioni etiche a basso impatto), anche in considerazione della radicalità del giudizio di cui è oggetto il consumo di carne, a causa delle criticità indotte dalla esternalizzazione dei costi ambientali (deforestazione, semplificazione colturale nei paesi in via di sviluppo, ecc.);

g) Implementare i CAM (criteri ambientali minimi) previsti attualmente dal DM 65 del 10 marzo 2020 per gli appalti delle mense pubbliche, rafforzando il ruolo delle filiere locali che possono documentare opportunamente il benessere animale, l’assenza di ricorso ad antibiotici, la pratica del grassfed per almeno 3⁄4 del ciclo di vita.

h) Rendere mutuabile in altre aree (Natura 2000 e non) il modello di analisi territoriale che associa studi vegetazionali e database pubblici su uso della SAU, consistenze in allevamento, metodi praticati, comuni a tutta la UE, per una valutazione predittiva dei fenomeni in atto, anche in considerazione del fatto che l’avanzata del bosco, nelle aree di pascolo non fruite o sottoutilizzate, viene consolidata come irreversibile rinaturalizzazione, con una sostanziale compromissione delle potenzialità di riattivazione delle aree interne.

i) Una articolata azione di comunicazione, sia del ruolo antropico nella conservazione di alcuni habitat di direttiva, sia delle produzioni conseguite in Area Natura 2000, sensibilizzando l’opinione pubblica sul ruolo dell’agricoltura estensiva come motore di sviluppo sostenibile e conservazione della biodiversità naturalistica e, con essa, delle razze zootecniche ad alto rischio di erosione; il progetto intende promuovere le valenze della carne proveniente da Aree Natura 2000, coinvolgendo, tra l’altro, almeno 70 operatori Horeca (ristoranti, agriturismi, ecc.); parallelamente, sensibilizzare gli agricoltori sulle migliori pratiche da mettere in atto nelle aree Natura 2000 per migliorare lo stato di conservazione degli agroecosistemi, anche attraverso la nuova programmazione 2023/27; il nuovo paradigma culturale dettato dalle strategie europee rende ineludibile concertare con gli allevatori la migliore attuazione delle misure di conservazione sito- specifiche per le praterie di interesse comunitario, e prepararli alle azioni di citizen science, ampiamente praticate in Europa, ad esempio nella raccolta di informazioni ed immagini georiferite per il monitoraggio della biodiversità naturalistica presente sugli habitat di prateria, il cui monitoraggio da parte di soggetti istituzionali ha costi proibitivi per il sistema pubblico.

È evidente che gli obiettivi GRACE possono essere raggiunti solo creando sinergie con il sistema produttivo, le sue rappresentanze, il sistema locale (sempre più depauperato di competenze avanzate) i gestori dei demani e le autorità regionali in ambito agroambientale; per tali motivazioni il progetto prevede diversi livelli di confronto e di animazione, per il quale si chiede la massima collaborazione possibile, a tutela dell’ambiente, dei consumatori, delle razze a rischio di erosione genetica e delle imprese attive nei contesti rurali più fragili.

Il partenariato LIFE Grace: ARSIAL – Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione dell’Agricoltura del Lazio
Dipartimento di Biologia Ambientale
Università La Sapienza di Roma FIRAB Fondazione Italiana per la Ricerca in Agricoltura Biologica Comunità Ambiente Green Factor


Per contatti: ARSIAL – dott. Claudio Di Giovannantonio c.digiovannantonio@arsial.it

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